L’implaccabile Tim Tebow
Se il quarterback che sta nella squadra avversaria è il più forte in circolazione, il problema è grosso; ma se il quarterback da placcare porta sotto gli occhi il riferimento al capitolo 16 di Giovanni, versetto 33, il problema non si può risolvere: “Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo”. Con una certezza del genere, non c’è placcaggio che tenga. In quelle scritte bianche su fondo nero è condensato tutto lo spirito di Tim Tebow, il giocatore di football americano che sta dividendo l’America.
17 AGO 20

Se il quarterback che sta nella squadra avversaria è il più forte in circolazione, il problema è grosso; ma se il quarterback da placcare porta sotto gli occhi il riferimento al capitolo 16 di Giovanni, versetto 33, il problema non si può risolvere: “Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo”. Con una certezza del genere, non c’è placcaggio che tenga. In quelle scritte bianche su fondo nero è condensato tutto lo spirito di Tim Tebow, il giocatore di football americano che sta dividendo l’America. Piazzarsi in faccia una volta la lettera agli Ebrei (“Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù”) e un’altra quella agli Efesini (“Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio”) non è garanzia di alcunché, anche Adriano fra una sbronza e l’altra sfoggiava magliette con riferimenti biblici, ma il caso di Tim Tebow è diverso. E in quel metro e novantatré per centosei chilogrammi non c’è nemmeno il tic culturale di mostrare ossessivamente i muscoli dello spirito. Non è una baccante di Gesù né un falangista della fede. E’ un cristiano evangelico, figlio di missionari che hanno fatto della compassione per l’altro il marchio indelebile di una fede sperimentata nella pubblica arena. Una famiglia più sorrisi che cartelli, più azione che mistica; per questa strana normalità americana, il gesto di Tim Tebow è scandalosamente affascinante e totalmente dirompente.
Del presunto peccato di Tim e della mamma Pam l’America discute da settimane: nel tardo pomeriggio del 7 febbraio durante quella che è di fatto la pietra angolare del calendario americano, il Super Bowl, madre e figlio saranno i protagonisti di uno spot pubblicitario a favore della vita. In pratica Pam racconterà come è nato l’ultimo dei suoi figli, quello che con i suoi Florida Gators sta infiammando il mondo del football per college. All’epoca del suo concepimento, la famiglia era in missione nelle Filippine, una delle tante opere di carità cui i coniugi Tebow, originari della Florida, si sono dedicati in 37 anni di matrimonio. Un’intossicazione causata dal cibo rischiava di trasmettere al figlio una grave malattia tropicale, forse di compromettere addirittura la gravidanza.
La soluzione più ovvia per i medici che l’hanno presa in cura si chiamava aborto. Ma Pam, esponendo quel sorriso non sintetico che mostra in foto, ha detto semplicemente di no. E ha avuto Tim, ragazzo sorridente con i capelli a spazzola che al terzo anno di università fa venti touchdown correndo e passando nella stessa azione. Quello che ha la media del 28 all’Università della Florida. Lo stesso che ogni estate va nelle Filippine a prestare le braccia toniche a scopi nobili, come accudire gli orfani, portare conforto alla comunità cristiana, dare il proprio tempo per qualcosa di grande. Proprio quello che alla conferenza stampa della South East Conference ha detto che sì, lui si sta “conservando per il matrimonio”. Tutti i giornalisti si sono messi a ridere e anche lui rideva, ma la natura delle due risate era diversa. Certo, gli accenti retorici della faccenda non sfuggono a nessuno; ma è proprio sul terreno delle cose apparentemente note che la storia di Tim sta infiammando l’America.
Quello che verrà trasmesso dalla Cbs non è soltanto uno spot, ma un inno alla vita pagato a suon di milioni dal colosso pro life Focus on the Family; una scelta che ha scatenato ire e proteste del mondo liberal, con Naral e Planned Parenthood (pro choice) da settimane sono sull’orlo di una crisi di nervi, messe in scacco da una madre che, a quanto si sa, si limiterà a raccontare soltanto come sono andate le cose, senza slogan da propaganda. Proprio questo sta convincendo alcuni osservatori scettici che il messaggio dei Tebow non è l’ingerenza baciapile del gruppo armato contro l’aborto, ma una storia di ragione e cuore, semplice e ordinaria. L’editorialista pro choice Sally Jenkins ha scritto sul Washington Post un’appassionata difesa di Tebow, scardinando i luoghi comuni che girano attorno al mondo pro life, senza per questo retrocedere di un passo rispetto alle proprie convinzioni. E Jenkins arriva al punto subito: “Lo spot ha già costretto ‘l’associazione nazionale per le donne che la pensano soltanto come noi’ a rivelare una cosa importante di sé: sono più a favore dell’aborto che della libertà di scelta. Quella di Pam Tebow è una genuina storia pro choice”.